giovedì 20 agosto 2015

Dal Pietrito alla Punta dei Briganti

Dal paese di Montelanico si raggiunge in automobile la località “Pietrito” (350 m). Il sentiero inizia in direzione Ovest verso la località "Framunti" dove il 21 dicembre 1868 venne catturato il brigante Cesare Panici. L’escursione prosegue costeggiando il fianco del Monte la Croce, e proseguendo attraverso un bosco di querce si giunge alla località “Funno Cellino”. Qui si attraversa un fossato e si prosegue per un sentiero che, in direzione Nord-Ovest, conduce alla località “Le Colobra” (650 m). L'ascesa continua sulla cresta del colle che fiancheggia il “Funno jo Vallone”, da dove è visibile la maestosa faggeta che si trova sulle pendici di Monte Lupone. Si continua a salire lungo la cresta arrivando in località “Jo Repecanino” (862 m), (nome che deriva dalla presenza di diversi esemplari di rosa canina), e infine sulla Punta dei Briganti (1.130 m). La vetta di questo monte costituisce un ottimo punto di osservazione per ammirare il paesaggio dei Monti Lepini ed in particolare sui pianori carsici del Campo di Segni e del Campo di Montelanico.

Quota partenza: 350 m
Quota massima: 1.130 m
Dislivello totale: 800 m
Difficoltà: media-elevata
Distanza: 10.000 m
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Tempo totale: 8h 30min
Ascesa: 4h 15min
Discesa: 3h 15min
Sosta pranzo: 1h 00min
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Itinerario
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Profilo Altimetrico
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Immagine 3D
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(Riproduzione riservata)

martedì 18 agosto 2015

Lettera di Cesare Panici a Papa Pio IX

 Nel 1867, un anno prima della sua cattura, avvenuta in Montelanico, Località "Framunti", il Brigante Cesare Panici scrisse a Papa Pio IX questa lettera proponendo la resa completa della sua banda in cambio della totale immunità:

Beatissimo Padre, Cesare Panici di San Lorenzo Capo Brigante, non che i suoi subalterni, trovandosi contro loro volontà, ma costretti per molte ragioni a menar vita di brigante nel territorio Pontificio, e non volendo fare tal vita insociale, chiedono perdono a Dio, a Sua Santità, e alla società intera. E per abbandonare tal vita, domandano la seguente grazia con li seguenti patti a Sua Beatitudine a SS.mo
1.a - che tutti i supplicanti siano graziati da qualunque condanna di morte, carceri, o pena che siasi.
2.a - che essendo tutti della provincia di Frosinone vogliamo essere trasferiti in un’altra provincia di questo Stato pontificio, e così menare una vita libera, e sociale.
3.a - Sottoscrivere il seguente precetto, che giammai riprenderebbero le armi per menare la suddetta vita Brigantesca, e commettere alcuna azione insociale, e così mancando vogliono essere tenuti alle più rigorose leggi.
4.a - Che per bene delle loro anime vogliono fare un mese di vita spirituale in un convento di frati da destinarsi da Sua Beatitudine;  e dotare dieci zitelle nella Venerabile Chiesa della Miracolosissima  Immagine Madonna del Soccorso posta nel territorio della Città di Cori, con la promessa ad ogni zitella la somma di scudi  venti, e ciò per una sola volta.
Se la bontà di Sua Beatitudine può, e vuole aggraziare li sunnominati con le suddette  condizioni, il Panici giura innanzi a Dio, che appena ricevuta la desiderata grazia, si presenta con tutti i suoi subalterni in una autorità Governativa pontificia.
Il sottoscritto baciandole il suo Sacro Piede ed implorando la Sua Benedizione Apostolica  per se, e i suoi subalterni, passa a segnarsi, Di Sua Santità, Dev.mo E Fedelissimo suddito Cesare Panici di San Lorenzo”

Fonte: Archivi Vaticani

giovedì 13 agosto 2015

Il brigante Cesare Panici


E chiudiamo con il Panici l'altro capobanda il quale, avendo rapito a Olevano Romano un certo Francesco De Pisi anch'egli possidente, ma non sentendosi sicuro da quelle parti, si trasferì con il sequestrato nei boschi di Collemezzo in compagnia d'un altro brigante: Giuseppe Pandolfi, in attesa che gli venisse consegnata la somma del riscatto. Occorre tener presente che i briganti trovavano in queste ed altre montagne la connivenza dei pastori che, per aver salvi i loro armenti, rifornivano i malviventi di viveri e munizioni, mettendoli anche al corrente del movimento delle truppe governative. Ugualmente, boscaioli e carbonari se la intendevano con i fuorilegge fino a quando non vennero emanate rigorose misure contro di loro.

Anche il Panici aveva i suoi manutengoli: di notte scendeva da Collemezzo per recarsi in una capanna in contrada «Framunti» ove lo attendevano i fratelli Flamini, l'uno detto «Caporuscio» e l'altro «Pezzone», pastori del gregge di proprietà di quel Francesco Rossetti di cui s'è parlato.

Il brigadiere Caporossi comandante la gendarmeria pontifìcia della zona, con l'appoggio di squadriglieri (pastori armati e aggregati, esperte guide di montagna), avendo ricevuto la «soffiata» da uno dei fratelli caprai, organizzò .l'appostamento. La notte del 21 dicembre del 1868, il «Caporuscio» volle offrire al «compare S. Giovanni» Cesare Panici una libagione più abbondante del solito, ma il vino, che era misto ad oppio, produsse gli effetti sperati; quindi ad un segnale convenuto i gendarmi aprirono il fuoco dall'esterno della capanna e cadde per primo il Pandolfi. Il Panici, benché ferito, ebbe la forza di difendersi ferendo due squadriglieri: Giuseppe Fraleone e Giovambattista Ercolani, ma alfine anche lui venne freddato con due fucilate. Il «Caporuscio», sfilata dalla mano del capobanda morto la rivoltella, nel maneggiarla, rimase ucciso dall'ultimo colpo rimasto nella canna dell'arma. Gli abitanti del paese vollero vedere nella morte del «compare» la punizione del tradimento; altri parlarono di «giudizio di Dio». All'indomani, i cadaveri dei due briganti, caricati su di un «barroccio», vennero trasportati a Frosinone.

Fonte:
Giovambattista Ronzoni
Ricerche sul Basso Lazio
(Arte - Storia – Archeologia – Folklore – Turismo)

martedì 11 agosto 2015

Il brigante Cima


Veniamo all'altro capobanda: il Cima. L'episodio che riferiamo, a distanza di 40 anni dal primo, si inquadra nel periodo in cui il brigantaggio, alimentato anche da fini politici dai legittimisti dell'ex re dei Borboni Francesco II, s'era organizzato in bande armate a scopo di vendetta e di rapina, assumendo proporzioni veramente pericolose per l'incolumità dei cittadini e il buon nome italiano in Europa. Di fronte alla recrudescenza del triste fenomeno, il Rattazzi prima (1862) e successivamente il Minghetti (1862-64) intrapresero una energica lotta di repressione con l'impiego di interi reggimenti, in pieno assetto di guerra, ai quali si aggiunsero anche le truppe del governo pontifìcio. Fu una lotta aspra e lunga che conobbe episodi di disumana spietatezza. I capi briganti, per citarne alcuni, avevano il nome di Andreozzi, Mazza, De Cesare, Parenti, Panici, De Girolamo, il Diecinnove e il Cima compreso. Essi compirono ogni sorta di delitti, spargendo il terrore nei territori di Veroli, Alatri, Castro dei Volsci, Pofi, Vallecorsa, Sonnino, Sezze, Bassiano, Amaseno, Carpineto Romano, Montelanico, Segni, Sgurgola e altrove.

Anche la banda del famigerato Cima fece parlare molto di sé. Dopo aver massacrato un intero distaccamento governativo nelle montagne di Veroli, il 27 maggio 1867 si portò nei Monti Lepini, riuscendo ad impadronirsi dei Signori Milani e Santopadre grandi possidenti di Segni. I due sequestrati vennero condotti nei boschi di Monte Lupone e per il riscatto i briganti chiesero 7.000 scudi. A tale notizia, i comandanti dei reparti dislocati in tutta la zona inviarono subito tre colonne che iniziarono un'azione concentrica di rastrellamento lungo le falde della montagna. Il Cima, vistosi braccato e privo di scampo, raggiunse quasi la sommità del Monte Lupone e nascose i due sequestrati in una cavità, sita in un punto impervio, detto «Serrone scarabeo», ricoprendone l'accesso con sassi e rovi. Una delle colonne, guidata dal Coli. Bartolini, raggiunse la località dov'erano i due malcapitati, però avendo trovato il fuoco ancora acceso e resti di cibarie e vino, ebbe la convinzione che i briganti fossero fuggiti; al contrario erano nascosti in quei pressi tanto che ascoltavano i discorsi e le imprecazioni della truppa! Come riferirono poi i due segnini. il Colonello Bartolini, dopo tre ore di appostamento, visto che le altre due colonne si dirigevano verso di lui, pensò di ritirarsi e il Cima che aveva tutto spiato, trovata la via libera, approfittò per darsi a fuga precipitosa con i suoi uomini. Il Milani e il Santopadre potettero raggiungere in serata le loro famiglie senza aver pagato il riscatto, ma duramente scossi per il pericolo corso.

Fonte:
Giovambattista Ronzoni
Ricerche sul Basso Lazio
(Arte - Storia – Archeologia – Folklore – Turismo)

domenica 9 agosto 2015

Il brigante Gasparoni


Iniziamo con il famigerato Gasparoni, il più temuto, che nelle montagne di Abruzzo aveva ai suoi ordini un vero e proprio esercito, e riusciva a spostarsi facilmente da una regione all'altra dello Stato Pontificio e di quello borbonico, mettendo in scacco le forze dell'ordine. Nel maggio del 1824, dopo tre giorni di gozzoviglie nei dintorni di Priverno, ove s'era ricongiunto con Michele Feodi altro capobanda, Gasparoni passò nella foresta di Cisterna, continuazione della foresta di Terracina, la quale, essendo percorsa dalla via Appia, costituiva per i briganti una zona ideale per le loro imprese. Difatti, attestatisi nella località «Pizzo del cardinale» e favoriti dalla luce lunare, assalirono una carrozza proveniente da Napoli con dentro due ufficiali austriaci diretti alla loro patria. Però fecero appena in tempo a rifugiarsi nel bosco con i due malcapitati, portando via due cassette di ordinanza, che giunse una scorta militare e aprì subito il fuoco.

Quell'impresa fruttò un magro bottino: due spade, un orologio d'oro e, racchiusi nelle casse, biancheria, uniformi, specchi e bottiglie di profumi. I due ufficiali, rimasti «puliti», ma senza aver subito vessazioni, furono lasciati liberi e potettero riprendere il viaggio con la stessa carrozza. Gasparoni quindi con i suoi seguaci si allontanò da quella località e risalendo le alture che sovrastano Cori, aggirando le falde occidentali di Monte Lupone, raggiunse all'alba l'altipiano di Collemezzo, una lunga distesa contornata da folti boschi e delimitata dai confini di Carpineto Romano, Norma e Montelanico. I banditi trascorsero colà l'intera giornata e si divisero il bottino della sera precedente con il gioco della conta, e giacché volevano appropriarsene solo «gli anziani», dovettero quindi sottostare all'ordine del capo. Il Feodi, irritato per essere rimasto «all'asciutto», abbandonò Gasparoni, ma dopo qualche mese trovò la morte nei pressi di Veroli.

La presenza di Gasparoni in questa zona dei Monti Lepini aveva uno scopo ben determinato: sequestrare il Signor Francesco Rossetti, Vice Governatore di Montelanico, il più ricco possidente del paese. Tale azione, da tempo progettata, doveva attuarsi durante la notte nello stesso palazzo del designato, che si affaccia sulla piazza principale o «borgo» del paese, distante da Collemezzo poco più di un'ora di cammino. Se non che, per un caso fortuito, quel progetto subì una variante; difatti verso L'imbrunire di quel giorno si presentò per essere aggregato alla sua banda, un certo Angelo Iranelli fuggito da Montelanico per aver commesso un omicidio durante una partita di gioco. Gasparoni, perché il colpo non gli fallisse, si affrettò a chiedere informazioni e consigli al nuovo venuto, il quale riferì che, in giornata, la persona da sequestrare aveva lasciato il paese per recarsi a controllare il suo bestiame e la raccolta del fieno lungo i «Colli di Gavignano», di cui era affittuario, ed avrebbe pernottato nella ex abbazia di Rossilli, dall'aspetto d'una casa fortificata e annessa al Santuario omonimo. Dopo queste informazioni Gasparoni decise di dirigersi durante la notte verso la meta designata, guidato dallo stesso Iranelli e, all'alba del 6 giugno 1824, raggiunsero un bosco poco lontano dal fabbricato di Rossilli. Dopo aver studiato in giornata il piano d'azione, il capo, al calar del sole, mandò verso il casale cinque dei suoi più spericolati che, indossate le divise tolte agli ufficiali austriaci e con il pretesto di chiedere acqua fresca da bere, avrebbero dovuto effettuare il colpo. Il Rossetti, che se ne stava tranquillamente seduto sulla porta d'ingresso, alla vista poco rassicurante di quei militari. improvvisati, si rinserrò sprangando l'uscio e agli uomini che bussando chiedevano acqua, rispose che potevano attingerla ad una fontana esterna del fabbricato. A questo punto i malintenzionati lanciarono un fischio acuto e a quel segnale, Gasparoni e gli altri della banda, usciti dal bosco, raggiunsero il gruppetto e a colpi di scure forzarono la porta. Il Rossetti, ritenuta inutile ogni resistenza, spalancò il portone e, a mani alzate, supplicò che gli venisse risparmiata la vita. Il capo dei briganti promise che non gli sarebbe stato torto nemmeno un capello, a condizione però che avesse sacrificato tutto il suo oro e il suo bestiame. Probabilmente il ricattato avrebbe potuto avere la meglio sugli aggressori, poiché con lui c'erano quattro robusti guardiani armati di fucili e sopra un grosso tavolo v'erano mucchi di cartucce già preparate, nonché carniere ripieno di munizioni. Ma in simili frangenti sappiamo come vanno le cose: lo spavento e lo smarrimento indussero quel poveretto a sottostare agli ordini risoluti di Gasparoni, che lo condusse oltre le montagne di Gorga ove rimase per 10 giorni in attesa della somma del riscatto. Si parla di 400-500 scudi, somma che fu raggiunta con l'offerta anche da parte delle donne di Montelanico, di orecchini, anelli e collane, pur di salvare la vita del Vice Governatore. Il Rossetti non fu sottoposto a sevizie o a maltrattamenti di alcun genere, come è stato tramandato, e non appena fu lasciato libero, potè raggiungere lo zio Alessandro Papi, Governatore di Sezze, che era stato l'intermediario per il riscatto. La famiglia Rossetti restituì poi il corrispondente valore in denaro a tutti coloro che spontaneamente s'erano privati dei propri preziosi. A titolo di gratitudine per il suo «buon servizio», Gasparoni regalò a Iranelli uno dei fucili con cartucciera, portati via dal casale di Rossilli e quindi si diresse verso Poli, dandosi ai consueti bagordi. Dopo qualche giorno si trasferì nelle montagne di Veroli, ma notò che tra i suoi briganti mancava lo Iranelli. Questi, il 6 luglio del 1824, era stato ucciso nel territorio di Patrica da un tal Tommaso di Antonio Bracci che, allettato dalla forte taglia e simulatosi anch'egli brigante, voleva consegnarlo in mano alla giustizia. La testa dell'ucciso, messa in una gabbia di ferro, fu esposta nella pubblica piazza di Montelanico perché, dice fra l'altro un avviso del Governatore Benvenuti della Delegazione di Frosinone, «tale esempio possa servire di remora al probo e di stimolo ai bene intenzionati, affinché si animino nel contribuire ai nuovi e sempre più efficaci sforzi che il Governo sta facendo per estirpare le Bande dei malviventi che infestano le Province di Campagna e Marittima»

Fonte:
Giovambattista Ronzoni
Ricerche sul Basso Lazio
(Arte - Storia – Archeologia – Folklore – Turismo)

venerdì 7 agosto 2015

Episodi di brigantaggio del secolo scorso nei Monti Lepini


Rievocare, ai nostri giorni, episodi di banditismo del secolo scorso è come trattare un argomento più che di attualità, ma nello stesso tempo e sotto certi aspetti superato, di fronte a ciò che assistiamo da qualche anno a questa parte in Italia e altrove. Lontani dal voler fare una diagnosi, e tanto meno la storia del triste fenomeno che dilaga da un continente all'altro, dobbiamo purtroppo ammettere che la criminalità, tutt'uno con il brigantaggio, è sempre esistita pur con forme e metodi diversi ed è sempre stata una delle piaghe più nefaste della società. Se un tempo si preferivano gli appostamenti lungo le vie carrozzabili o ai margini dei boschi, protetti dalle ombre della notte, oggi, in pieno giorno si assaltano banche, negozi, corriere e treni, si svaligiano appartamenti, si sequestrano individui e, ultima delle novità è subentrata la pirateria aerea, che mette in serio pericolo centinaia di innocenti e tranquilli passeggeri. Anche i mezzi di offesa sono mutati: ai tromboni, alle doppiette, alle carabine si sono sostituite le bombe a mano, il tritolo e il mitra. Non è da credere tuttavia che i briganti di un tempo fossero meno aggressivi e feroci dei delinquenti di oggi: ricatti, assassinii d'ogni sorta, rapine, incendi, distruzioni di messi, carneficina di bestiame, martirii più raffinati erano all'ordine del giorno. Gli episodi che ci accingiamo a narrare non presentano però nulla di raccapricciante; si tratta di normali colpi di mano a scopo di furto o di ricatto e i protagonisti sono tre famosi capobanda: Gasparoni, Cima e Panici.
 

Fonte:
Giovambattista Ronzoni
Ricerche sul Basso Lazio
(Arte - Storia – Archeologia – Folklore – Turismo)

lunedì 20 luglio 2015

Dal Campo di Montelanico al Campo di Segni

L'escursione inizia dal Campo di Montelanico a (788 m) che si raggiunge in automobile. Dalla località “Puzzo Novo”, seguendo il sentiero in direzione nord-ovest, si arriva in una faggeta secolare in località “Ponta glì Favi”. Continuando in salita verso ovest, si raggiunge la località “Camartino”, uno dei più alti castagneti dei Monti Lepini (870 m). Si prosegue quindi nella stessa direzione costeggiando un fosso denominato “Funno gliò Vallone”, interposto tra Monte Lupone e la Punta dei Briganti, fino ad arrivare al Campo di Segni, uno dei più ampi pianori carsici dei Monti Lepini. Fra il Campo di Segni e il Campo di Montelanico, fino al primo dopoguerra, era segnalata la presenza dello scoiattolo “jattarione”. Nel “Puzzo Novo” si possono osservare alcuni esemplari di tritone. Nel Campo di Segni è presente un esemplare secolare di “carpinus betulus” catalogato dal Corpo Forestale dello Stato. La vegetazione prevalente é costituita da querce, faggi e castagni.
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Quota partenza: 788 m
Quota massima: 880 m
Dislivello totale: 100 m
Difficoltà: bassa
Distanza: 9.000 m
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Tempo totale: 4h 00min
Ascesa: 1h 30min
Discesa: 1h 30min
Sosta pranzo: 1h 00min
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Itinerario
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Profilo Altimetrico
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Immagine 3D
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(Riproduzione riservata)

venerdì 10 luglio 2015

Rosa alpina



Un raro esemplare di rosa alpina trovato sul Monte Salerio, nelle vicinanze del Monte Gemma.
(riproduzione riservata)

giovedì 9 luglio 2015

Da Pian della Faggeta a Monte Capreo

Dal paese di Montelanico si raggiunge in automobile Carpineto Romano e si arriva in località a Pian delle Faggeta (882 m) dove si parcheggia l’auto. Si sale per il sentiero in direzione Nord dove la vegetazione prevalente è costituita da ginepri rossi e successivamente da faggi. Sono presenti anche diversi arbusti di rosa canina. All’interno del bosco è presente il fontanile dell’“Acqua Mezzavalle”. Sempre in direzione Nord si costeggia la valle che separa il Monte Semprevisa e il Monte Capreo dove in primavera sono presenti molti esemplari di timo serpillo. Una volta arrivati alla "Sella", si svolta verso destra e, proseguendo dentro un’altra faggeta, si raggiunge la Croce di Capreo (1.421 m). Da qui si può ammirare il panorama più affascinante sulla Valle del fiume Sacco, sui paesi di Montelanico e Carpineto Romano, la pianura pontina e sulle catene occidentali e orientali dei monti Lepini.




Quota partenza: 882 m
Quota massima: 1.421 m
Dislivello totale: m. 539
Difficoltà: media
Distanza: 9.000 m
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Tempo totale: 6h 00min
Ascesa: 2h 45min
Discesa: 2h 15min
Sosta pranzo: 1h 00min
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Itinerario
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Profilo Altimetrico
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Immagine 3D
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(riproduzione riservata)

martedì 30 giugno 2015

Castello di Collemezzo


Dall’abitato di Montelanico si percorre la strada che porta verso il Campo di Montelanico. Dopo circa 2 km in località “Cesa là Madonna”, si parcheggia l’automobile. L’escursione inizia attraversando il “Fosso Santiagni” salendo poi sul sentiero sterrato. Finita la prima salita sulla destra si trova il tratturo che attraversa una macchia di leccio. L’ascesa continua seguendo un piccolo fosso fino alla località “Campo di Fiori” dove si trovano alcune rovine di epoca Romana. Si prosegue in direzione Sud-Ovest sempre nel bosco fino ad incontrare una radura, la “Cesa Cardinale”. Si prosegue verso Sud-Est e, dopo aver attraversato un fosso, si arriva al “Castello di Collemezzo”. Da qui si raggiunge la località “Centrito” zona dove sono ben visibili i resti di strutture agro-pastorali ormai abbandonate. Si prosegue verso la “Pantana lé Pezze” e, sempre nella stessa direzione, lungo la cresta del colle, si raggiunge la località “Jo Cagliurso” (Colle dell’orso). Si scende poi fino ad arrivare alla località “Campo de Fiori” e da qui, riattraversando il “Fosso Santiagni” verso il punto di partenza

Quota partenza: 300 m
Quota massima: 600 m
Dislivello totale: 300 m
Difficoltà: facile
Distanza: 6.000 m
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Tempo totale: 03h 00min
Ascesa: 1h 45min
Discesa: 1h 15min
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Itinerario
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Profilo Altimetrico
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Immagine 3D
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(riproduzione riservata)

sabato 13 giugno 2015

Dalla Cona di Selva Piana al Monte Malaina

Dall’abitato di Montelanico si raggiunge il paese di Carpineto Romano, località “Selva Piana”, dove si parcheggia l’automobile. L’escursione inizia prendendo una strada brecciata che arriva fino al fontanile dell’Acqua del Carpino. Qui, sull'altipiano del Carpino, durante il pontificato di Leone XIII, fu costruito un acquedotto che, secondo il progetto, avrebbe dovuto portare l’acqua agli abitanti di Carpineto Romano. Da qui si prende il sentiero CAI n. 19 che, costeggiando un canale, entra in una maestoso bosco di faggi. Il sentiero prosegue verso nord attraversando una zona in cui affiorano una serie di doline. Da qui inizia la salita verso la cresta sud del Monte Malaina, seguendo la quale, si arriva sulla cima a quota 1.480 m. Da qui si possono ammirare il monte Circeo e tutta la pianura pontina, la catena più orientale dei monti Lepini con il monte Pizzone, il monte Erdigheta, il monte Semprevisa e il monte Capreo. Sul versante opposto si vede la Piana di Santa Serena, il Monte Salerio, il Monte Gemma e più in lontananza altre cime più basse, le catene dei monti Ausoni e degli Aurunci e il monte Semprevina. Durante la passeggiata, in località "Lestra gigante" si puo' ammirare un maestoso cerro, fra i più belli dei Monti Lepini.
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Quota partenza: 700 m
Quota massima: 1.480 m
Dislivello totale: 950 m
Difficoltà: media
Distanza: 15.000 m
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Tempo totale: 7h 00min
Ascesa: 3h 30min
Discesa: 2h 30min
Sosta pranzo: 1h 00min
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Itinerario
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Profilo Altimetrico
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Immagine 3D
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(Riproduzione risevata)

venerdì 8 maggio 2015

Fiore primaverile


Alla ricerca di orchidee e erbe aromatiche


Dal paese di Montelanico, percorrendo una strada sterrata, si raggiunge il Campo di Montelanico (788 m), un ampio pianoro carsico dove si parcheggia l’auto. Si parte in corrispondenza dell’Area attrezzata e si sale verso la località “Le Cime” dove a primavera inoltrata sono presenti alcune tipologie di orchidee che nascono spontanee sui Monti Lepini oltre a diverse specie di erbe aromatiche. Proseguendo sul sentiero in direzione nord-ovest, si arriva all’interno di una faggeta secolare in località “Ponta glì Favi”. Da qui, passando dentro al bosco di querce e faggi, si torna indietro verso l’Area attrezzata attraversando il Campo di Montelanico.
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Quota partenza: 788 m
Quota massima: 950 m
Dislivello totale: 162 m
Difficoltà: bassa
Distanza: 6.000 m
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Tempo totale: 3h 00min
Ascesa: 1h 30min
Discesa: 1h 30min
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Itinerario
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Profilo Altimetrico
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Immagine 3D
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martedì 5 maggio 2015

lunedì 13 aprile 2015

mercoledì 8 aprile 2015

Calendario Escursioni Anno 2015


12 Aprile 2015            
Castello di Pruni

03 Maggio 2015          
Dal Campo di Montelanico a Monte Lupone

17 Maggio 2015          
Orchideee Erbe aromatiche sui Monti Lepini

05 Luglio 2015            
Castello di Collemezzo

19 Luglio 2015       
Da Pian delle Faggeta a Monte Capreo

02 Agosto 2015          
Dal Campo di Montelanico al Campo di Segni


06 Settembre 2015      
Lapunta dei briganti

31 Dicembre 2015       
Dal Campo di Montelanico a Monte Lupone
 

martedì 30 dicembre 2014

Buon 2015

Lo staff di Passeggiando sui Monti Lepini augura un felice e sereno 2015 a tutti i suoi lettori

Annullamento escursione

L'escursione prevista per mercoledì 31 dicembre 2014 viene annullata a causa delle avverse previsioni meteo nei luoghi dove é prevista la passeggiata.

mercoledì 24 settembre 2014

Castello di Collemezzo


Sorto nel secolo XII su di un pianoro lepino a controllo delle vie della transumanza verso la valle del Sacco e la palude pontina, appartenne ai Canonici Lateranensi e poi ai Conti di Ceccano. Ricordato da una bolla pontificia dell'anno 1182, il suo feudatario fu presente alla donazione all'abbazia benedettina in Villamagna dell'oratorio di san Tommaso in Carpineto Romano. In una contestazione confinaria con la vicina comunità di Norma, designarono arbitro Gregorio di Stefano abate di sant'Angelo di Monte Mirteto e Nicola priore di sant'Antonio in Carpineto, come anche per identica situazione, venne nominato paciere l'abate di santo Stefano di Valvisciolo carpinetano. Il feudatario di Collemezzo, durante il pontificato di Bonifacio VIII si schierò con i ghibellini e partecipò allo schiaffo di Anagni, subendo successivamente l'ira dei Caetani che nell'anno 1313 lo distrussero parzialmente. La loro irrequietezza fu fonte di successive guerre confinarie, tra cui quella degli abitanti di Cori che "pieni di vendette per l'offese ricevute, marciarono militarmente a danno di quel castello, che presero, bruciarono e distrussero devastando i campi occidendo gli agricoltori".