La famiglia si alimentava con pane
e pasta fatte sul luogo, polenta,
cereali, aringhe, alici, carne essiccata o conservata in recipienti sotto
aceto, cacciagione, uova prodotte sul luogo, latte di capra.
Una tecnica di caccia era quella
di osservare dove gli uccelli andavano a dormire (“ndo ievano
a pullo”) poi la notte si andava a caccia con la lampada a carburo
che veniva utilizzata per accecare i volatili e con l’aiuto di una pala si procedeva a
colpire gli uccelli. All’esterno della capanna era presente anche un piccolo
orto, ricavato su una piazza carbonera in disuso che veniva innaffiato con acqua proveniente da un precedente utilizzo. Oltre alla
verdura prodotta nell’orto, si mangiavano molte insalate selvatiche, germogli freschi di “vidagghi”, mangiati lessati e
ripassati con aglio e olio, germogli di rovo e un tipo di carlina “cardo santo”
(carlina zolfina). Fra i legumi selvatici le fave (“favucce”) e i piselli. Come
frutta veniva mangiata quella offerta dal bosco: pere e mele selvatiche,
ciliegie, more, sorbe, bacche di rosa selvatica, nocciole, cornioli e faggiole
(frutti del faggio). Venivano anche allevati alcuni animali da cortile:
galline, conigli, tre o quattro capre, maiale. Dopo la realizzazione della
capanna si procedeva alla costruzione del forno che veniva realizzato
costruendo un muro a secco circolare fino ad arrivare ad una altezza di circa
un metro, all’interno veniva riempito di terra sulla quale poste alcune lastre
di pietra quindi si proseguiva ancora con il muro a secco fino a ricoprire le
lastre a forma di cupola e lasciando una apertura per introdurre la legna e
quindi il pane da cuocere; la bocca veniva chiusa con una lamiere oppure con
una lastra di pietra. La capienza del forno era di circa 10 -12 pagnotte di
pane. La natura del territorio dei Monti Lepini è carsica e scarseggia di corsi
di acqua e sorgenti. Per il rifornimento di acqua, bambini e donne, dovevano fare chilometri per trovare una
fonte. Per il trasporto dell’acqua si utilizzavano recipienti di legno a forma
di botticelle “coppelle”. Veniva raccolta anche l’acqua piovana dalle lamiere
del tetto della capanna, oppure conficcando lamine di ferro sui fusti degli
alberi in modo da raccogliere l’acqua piovana che scorreva sul tronco. Un altro
sistema era quello di ammucchiare la neve in grosse buche naturali
("pozzi della neve") dove veniva sezionata, e trasportata alla capanna.
Fonte: sulla base delle testimonianze di Pasqua Trulli, Maria Stirpe, Maurizio De Carolis.